SS. TRINITÀ

Giovanni 15, 24-27

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: “Mi hanno odiato senza ragione”.
Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio».


Commento

Sulla teologia della Trinità il vangelo non offre formule o teorie, ma il racconto del monte anonimo di Galilea e dell’ultima missione affidata da Gesù agli apostoli.
Tra i quali però alcuni ancora dubitavano. E la reazione di Gesù alla difficoltà, alla fatica dei suoi è bellissima: non li rimprovera, non li riprende, ma, letteralmente, si fa vicino. Dice Matteo: “Gesù avvicinatosi a loro…”.
Ancora non è stanco di avvicinarsi, di farsi incontro. Eternamente incamminato verso di me, bussa ancora alla mia porta. E affida anche a me, nonostante le mie incertezze, il Vangelo. Che bello! I miei dubbi non arrestano il progetto di Dio.
Forse la più bella ed emozionante definizione di Dio l’ho incontrata in una scena di un film di Kieslowski., Decalogo 1, come una parabola.
Un bambino, orfano di madre, sta giocando al computer. All’improvviso si ferma, si gira, e domanda alla zia che è lì accanto:
- Zia, com’è Dio?
La zia lo guarda, si avvicina, lo abbraccia, se lo tiene stretto stretto e poi gli domanda:
- Dimmi, come ti senti adesso?
- Bene, molto bene.
- Ecco, Dio è così.
Dio è come un abbraccio. La Trinità è come un abbraccio. Lo so che si tratta di un dogma difficile, so che non lo capisco, eppure lo sento come liberante. Perché mi assicura che in Dio c’è incontro, superamento di sé, movimento d’amore. Che ogni uomo è così, movimento d’amore.
Trinità vuol dire che Dio non è in se stesso solitudine, l’oceano della sua vita vibra di un infinito movimento di comunione. In principio a tutto c’è la relazione; all’inizio di tutto ciò che esiste è un legame.
La relazione, il legame d’amore, la comunione è il segreto dell’essenza di Dio. Dice sant’Agostino: “Se vedi l’amore, vedi la Trinità”. Gesù ha preferito i nomi di “Padre e Figlio”: nomi che dicono affetto, nomi che abbracciano. Spirito è nome che dice respiro, alito, vento, e questo mi assicura che la mia vita respira quando si sa abbracciata, presa in carico, accolta.
La Trinità mi rivela, allora, una verità che diventa verità del vivere, mi rivela la sapienza del vivere, Io creato a immagine di Dio, anzi di più, a immagine della Trinità, scopro in Lui quella sapienza sulla nascita, sulla vita, sulla morte, sull’amore che mi fa dire: in principio a tutto ciò che esiste c’è un legame, legame d’amore.
L’uomo o è relazione oppure non è. Io sono legame d’amore.
Dio è un soggetto che è al di qua, non al di là dell’esistenza.
Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome.
Ma se hai amato, se ti sei lasciato amare, se hai sorriso a qualcuno procurandogli un po’ di gioia, se hai dato un aiuto disinteressato, senza saperlo tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.
Il vero ateo è chi non sa avere legami. Chi non lavora a creare comunione, riconciliazione, relazioni di accoglienza, di conforto, di dono, di gratitudine. Chi non entra nella danza delle cose e delle relazioni non è ancora entrato in Dio. Se vedi l’amore vedi la Trinità. La Trinità è al di qua, non nell’aldilà.
C’è un’espressione nella Prima Lettera di Giovanni che definisce il cristiano, Giovanni dice che “Noi cristiani abbiamo creduto all’amore”.
Non so se ci abbiamo mai pensato, ma se ci chiedono: “tu cristiano a cosa credi?”
viene spontaneo dire “a Dio, a Gesù Cristo, alla Trinità, anche alla Chiesa”
ma Giovanni ci conduce in un'altra direzione: “Noi abbiamo creduto all’amore!”
Questo è capitale perché credere all’amore lo può anche il non credente, lo può anche colui che è ateo, perché l’esperienza dell’amore è una esperienza universale
che l’uomo è capace di fare in tutte le culture, in tutte le vie religiose,
o anche senza le vie religiose.
Ciò che noi dovremmo cercare di far capire, anche ai non credenti e alle nuove generazioni: “ciò che è importante è credere all’amore.” Essenza della Trinità.
E quando uno crede all’amore certamente, secondo il mistero che noi non possiamo conoscere per ora sulla terra, quest’uomo, questa persona viene assimilata al Mistero Pasquale di Cristo in un modo che solo lo Spirito conosce. Sono parole del Concilio Vaticano II: “Ogni uomo, anche se non è cristiano, nella misura che fa esperienza dell’amore viene in contatto con il Mistero Pasquale di Cristo in un modo che noi per ora non conosciamo”.
L’uomo non è creato semplicemente a immagine di Dio: molto di più! E’ creato ad immagine della Trinità: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Siamo fatti ad immagine plurale, a somiglianza della comunione.
Non a immagine del creatore, non a somiglianza del Figlio o dello Spirito, ma a immagine della loro comunione.
Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando accolgo e sono accolto sto così bene: perché realizzo la mia vocazione divina. Allora fede e reale coincidono, verità ed esistenza coincidono. E questo fa esultare. La Trinità è un soggetto che è al di qua, non al di là di me.
La festa della Trinità è la memoria della mia radice prima, festa del mio destino, specchio della mia struttura profonda, il segreto della vita riuscita e felice
Davanti alla Trinità, incamminato verso una meta, e senza un termine, io mi sento piccolo e tuttavia abbracciato dal mistero. Piccoli ma abitato da un mistero, piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento, un respiro, un soffio in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione. Come termina la seconda lettura: dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi (Rom 8,9b). Dio mi abita. Come un vento. Come una mano che mi copre nel cavo della rupe. Mi copre, mi protegge, e poi mi chiama fuori (Es 33,23). Mi abita come chi è con me fin dal principio (Gv 15,27).
Io aderisco a questo Dio che è là dove due o tre sono uniti in comunione, che è là dove i due diventano una carne sola. Questo Dio è con Israele ma non è ebreo, questo Dio è con le Chiese ma non è solo cristiano, è il Dio dell’universo, seme di eternità dentro i nostri giorni, anima di comunione dentro le nostre solitudini.
Così viviamo, nella ricchezza delle diversità e nella forza della comunione, incamminati verso la nostra vocazione: verso un Padre che è la fonte, verso un Figlio che mi innamora, verso uno Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini.

Dì loro ciò che il vento dice alle rocce,
ciò che il mare dice alle montagne.
Dì loro che una bontà immensa penetra l’universo,
dì loro che Dio non è quello che credono,
che è un vino di festa, un banchetto di condivisione
in cui ciascuno dà e riceve.
Dì loro che Dio è Colui che suona il flauto nella luce piena del giorno,
si avvicina e scompare chiamandoci alle sorgenti.
Dì loro l’innocenza del suo volto, i suoi lineamenti, il suo sorriso.
Dì loro che Egli è il tuo spazio e la tua notte,
la tua ferita e la tua gioia.
Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici
e che tu non sai nulla di Lui. Eppure ti fidi e lo preghi,
lo cerchi nel nome di ogni creatura e
soprattutto nel nome di Colui che è Figlio,
il Nazzareno che ha saputo amare come nessuno,
nel nome di Colui che è Spirito, vento sugli abissi,
che ancora riaccende la vita, e lo farà per i secoli dei secoli. Amen

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